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Per una storia del pensiero geografico in Italia (1900-1950)

Regione e territorio in una prospettiva transnazionale

For a history of Italian geography (1900-1950)

Landscape, region and territory in a transnational perspective
04/01/2012

Résumé

Cet article présente un projet de recherche (en cours) sur l'histoire de la pensée géographique en Italie dans la première moitié du XXe siècle. L'analyse concerne surtout l'entre-deux-guerres et vise à répondre à l'absence de recherches significatives, dans le contexte italien, sur le lien entre géographie, nationalisme et impérialisme. Le but est de comparer la géographie italienne avec les évolutions contemporaines de la géographie européenne dans une perspective internationale et par une démarche méthodologique de l'histoire croisée. À côté de l'analyse des monographies géographiques les plus significatives (par exemple le projet de recherche sur la maison rurale italienne), cette recherche utilise principalement des documents d'archives afin de comprendre la trame complexe de théories, d'approches méthodologiques et de communication scientifique qui ont intéressé les chercheurs des différents pays.
These paper focuses on defining a research project related to the history of Italian geography in the first half of the 20 century. Focusing especially on the period between the two World Wars, this study will fill the gap in current italian literature about the relations between geography, nationalism and imperialism. The aim is to compare Italian geography with other European schools in a transnational perspective, through the methodological approach of Histoire Croisée. Beside the analysis of the most important geographical works (particularly prominent is the research project on the Italian country house), this research will mainly use archive sources, to understand the complex cross of ideas, methodological approaches and scientific communication involving scholars of different countries.

Texte

Premessa

La situazione attuale della geografia in Italia, nelle scuole come nelle università, è il risultato di una difficile eredità che ha caratterizzato la disciplina sin dalla sua affermazione accademica. Fino all'attuazione del Processo di Bologna non è esistito in Italia, a differenza che in molti altri paesi d'Europa, un percorso specifico di formazione universitaria per il geografo.
Anche l'insegnamento della materia nelle scuole è stato reso difficile dalla mancanza di un chiaro indirizzo formativo e programmatico, come per altro reclamato più volte dai geografi stessi nel corso di tutto il XX secolo1. La precaria situazione della disciplina e il tiepido accoglimento della figura del geografo nel mondo del lavoro spiegano anche il perché del quasi totale insuccesso dei corsi di laurea in geografia, istituiti nel paese dai primi anni 20002.
È in conseguenza di tutto questo se il ruolo della geografia italiana diviene sempre più problematico: mentre la materia nelle università perde di importanza, il personalismo e la brama di protagonismo dei cultori della materia, che sempre hanno caratterizzato la geografia, rendono la disciplina sempre più scoordinata e frammentaria. Da ciò deriva un'evidente difficoltà nell'affrontare lo studio della disciplina.

Lo stato della ricerca e i problemi metodologici

Come già accennato nella premessa, nell'ambito delle ricerche sulla storia della scienza, sono ancora abbastanza deficitari gli studi sistematici sul pensiero geografico italiano, intesi soprattutto come analisi critiche della sua evoluzione dal momento dell'istituzionalizzazione della disciplina nelle università.
Ci sono, naturalmente, alcune non trascurabili eccezioni. In primo luogo si colloca la cronologia critica di Lucio Gambi, presentata una prima volta nel 19703, che offre uno sguardo generale sulla disciplina nel periodo 1850-1950. Questo lavoro, certo non recente ma ancora valido, ha influenzato alcune ricerche successive, come, ad esempio, il lavoro di Maria Carazzi sulla Società Geografica Italiana nel periodo 1867-19004 e sulla geografia positivista all'inizio del XX secolo5.
Alcuni periodi storici, inoltre, risultano quasi totalmente trascurati: manca, ad esempio, una ricerca specifica sul periodo fra le due guerre, sul quale esistono soltanto una breve pubblicazione di Lucio Gambi6 e una più consistente monografia di Costantino Caldo7. Caldo offre un ampio sguardo sugli aspetti teorici e i principali temi di interesse della disciplina negli anni del fascismo, cercando soprattutto di sondare il collegamento fra geografia e nazionalismo; egli non riesce, tuttavia, a indagare i rapporti fra i diversi studiosi, non potendo così collocare la genesi della geografia italiana nel più ampio contesto internazionale. Il problema di questo, come di molti altri lavori, sembra stare soprattutto nel mancato utilizzo di fonti archivistiche che potrebbero invece restituire il complesso intreccio di idee, modelli e interazione fra i cultori della materia nei diversi paesi.
Un altro problema è la mancanza di un chiaro confine fra geografia storica e storia della disciplina e, inoltre, molte ricerche tendono a riguardare temi generici e non specifici della genesi della scienza. Ad esempio, molte ricerche che vorrebbero riguardare la storia della geografia si occupano invece di storia del viaggio e delle esplorazioni8, secondo una tradizione desueta, tipica dell'inizio del XX secolo, che vedeva coincidere la storia della geografia con l'epopea delle scoperte geografiche e dei grandi esploratori. Non ci si può pertanto riferire a queste ricerche come e critiche riflessioni sulla disciplina anche perché questi lavori hanno molto spesso un approccio piuttosto enciclopedico che scientifico.
Spesso i temi di ricerca, inoltre, sono ricorrenti e legati a una tradizione ormai consolidata, ma che sembra ormai avere poco di originale da dire: un esempio per tutti le periodiche discussioni sulle figure di Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci.
Un altro settore di studi molto fecondo è quello che concerne la storia della cartografia, che in Italia vanta una lunga tradizione, iniziata con gli studi di Roberto Almagià (1884-1962). Su questi temi sono stati pubblicati anche in anni recenti lavori di notevole rilievo; tuttavia la storia della cartografia, che oltretutto non si sviluppa solitamente oltre gli inizi del XIX secolo, non va assolutamente confusa con la storia delle scienze geografiche tout court.
Importanti riferimenti alla genesi del pensiero geografico italiano si trovano, inoltre, nei numerosi lavori di Franco Farinelli9 ; queste opere, tuttavia, a cui si fa costantemente richiamo nel presente lavoro di ricerca e che, anzi, sono da considerarsi il principale riferimento teorico - oltre alle opere di Gambi - per sviluppare una riflessione critica sulla geografia italiana, si muovono in una prospettiva di più ampio respiro o, comunque, hanno un obiettivo diverso rispetto ad un lavoro storiografico sulla disciplina che si concentra su un ben definito momento storico. Negli ultimi due anni, pertanto, si sono gettate le basi per una ricerca sulla storia della geografia italiana, focalizzato soprattutto sul periodo che va dai primi anni del XX secolo al secondo Dopoguerra.
L'orizzonte di questo progetto, inoltre, si è notevolmente accresciuto anche per l'interesse mostrato da studiosi tedeschi nei confronti di una ricerca transnazionale fra le geografie dei due paesi, soprattutto alla luce della stretta dipendenza dalla geografia tedesca da parte di quella italiana.
Il primo anno di ricerca ha dunque riguardato uno spoglio sistematico delle fonti italiane. Oltre alle opere esistenti sulla storia della geografia, in parte già citate, la ricerca ha interessato le principali fonti primarie: le riviste (in particolare Rivista Geografica Italiana e Bollettino della Società Geografica Italiana); le principali opere monografiche; infine le fonti archivistiche10. Da questa prima indagine, al momento ancora in corso, sono emerse numerose problematiche che si riferiscono sia alla tradizione della geografia italiana che ai suoi rapporti con il contesto internazionale.
Lo studio mira soprattutto ad una miglior comprensione delle dinamiche interne alla geografia nel periodo fra le due guerre, in riferimento alle diverse scuole di pensiero e ai rapporti fra il mondo accademico e la diffusione della cultura geografica. Tutto questo può risultare molto più definito attraverso il confronto con un'altra realtà europea: in questo senso vanno indagati i transfert e la comunicazione scientifica fra i diversi paesi per stabilire, da un lato, i rapporti di dipendenza, dall'altro, gli aspetti originali o rielaborati da parte dei geografi italiani.
Il punto centrale riguarda il rapporto fra la geografia e le politiche nazionaliste e imperialistiche che risulta interessante non solo in relazione alle teorie geografico politiche e geopolitiche, quanto piuttosto per quanto concerne il ruolo della geografia generale e regionale nella definizione e nella costruzione dello stato nazione.
La ricerca mira ad una ricostruzione critica del pensiero geografico italiano cercando di collocare la dimensione della ricerca nazionale in un contesto transnazionale: sebbene i limiti di un approccio comparativo siano negli ultimi anni sempre più evidenti, appare tuttavia fondamentale il confronto e la comparazione fra i diversi temi e gli approcci metodologici che hanno caratterizzato la disciplina. Questo deve partire da una classificazione, anche quantitativa, dei temi di ricerca, delle persone, delle istituzioni - sia attraverso una prospettiva sincronica che diacronica - per ricostruire i meccanismi della comunicazione scientifica, dei transfert e degli influssi reciproci.
Attraverso il metodo storiografico dell'Histoire Croisee11, inoltre, si cercherà di approfondire una riflessione diacronica e sincronica che, partendo da una forte critica all'oggettività della ricerca, cerchi di incrociare le diverse prospettive di autori, tematiche, comunicazione scientifica.

Uno sguardo all'evoluzione del pensiero geografico in Italia (1860-1950).

Le riflessioni sulla tradizione della geografia italiana, fino ad oggi, hanno sempre sostenuto che essa sia strettamente vincolata allo sviluppo della disciplina in Germania.
In questa prospettiva, sin dalla sua introduzione come disciplina a livello universitario in cui un ruolo chiave giocò il modello prussiano di istruzione superiore, la geografia italiana fu strettamente dipendente da quella d'oltralpe. Nel 1859, in seguito all'emanazione della Legge Casati sul riordinamento degli studi superiori, l'insegnamento della geografia fu collocato nella Facoltà di Filologia (poi Facoltà di Lettere), come del resto avveniva a Berlino, dove la cattedra di geografia era tenuta da Carl Ritter12.
Giuseppe della Vedova13, da molti considerato il padre della geografia italiana, contribuì a diffondere nel paese molti elementi del pensiero ritteriano: pur rifiutando l'aspetto religioso e teleologico così fondamentale nel progetto di Ritter, egli si appropriò soprattutto della teoria della terra quale dimora del genere umano, quale corpo armonico la cui indagine doveva ricercare i principi causali e la distribuzione spaziale dei fenomeni. Un ruolo molto importante, a suo modo di vedere, era svolto dalla didattica, soprattutto della geografia, il cui obiettivo era l'edificazione di una società moralmente più giusta ed egalitaria.
L'insegnamento di della Vedova fu però ben presto superato dall'emergere di quelle che saranno le due figure fondamentali nel panorama nazionale della disciplina: Giovanni Marinelli (1846-1900) e il figlio Olinto (1876-1926). Sotto la loro egida, la geografia italiana finì col piegarsi ineluttabilmente alle teorie positivistiche ed evoluzionistiche che, di nuovo, giungevano in Italia attraverso la mediazione culturale tedesca. Nell'ambito delle scienze geografiche, un contributo fondamentale per la ridefinizione della disciplina in Italia fu legato alle teorie degli studiosi Oscar Peschel, Friedrich Ratzel e Otto Schlüter14.
Questo nuovo orientamento produsse rappresentazioni organiciste della terra che si basavano su metodologie mutuate dalle scienze naturali, quali la distribuzione, la comparazione e l'interrelazione fra gli oggetti, allo scopo di ottenere una sintesi dei fenomeni osservati. La geografia diveniva in tal modo una disciplina di sintesi, in altre parole una scienza riassuntiva il cui scopo era indagare il rapporto fra fattori fisici, biologici ed umani. Tali fattori erano distribuiti sulla superficie della terra e riuniti in distinte unità spaziali - le regioni - ciascuna delle quali abbracciava aspetti particolari - i paesaggi15.
Questo, tuttavia, generò una specializzazione spesso negativa delle ricerche, focalizzate su specifiche manifestazioni - quali il carsismo, i ghiacciai, i fenomeni erosivi ecc. - che tuttavia potevano produrre soltanto lavori descrittivi: semplici prospetti su questo o quel fenomeno che, attraverso l'utilizzo di diagrammi, tabelle e rappresentazioni cartografiche, cercavano di ottenere una dimensione scientifica, senza che tuttavia si compisse un rilevante sforzo intellettuale. Un esempio sono gli imponenti studi sullo spopolamento montano in Italia16, condotti nel periodo 1930-40: queste monografie, pur significative per i dati quantitativi raccolti, restituirono soltanto una descrizione superficiale del fenomeno, senza indagare i processi economici e i cambiamenti che erano in corso nella società italiana coeva e senza neppure provare ad indagare possibili soluzioni o gli sviluppi futuri del fenomeno.
Un ruolo importante giocava la cartografia che non rappresentava solo uno strumento ma piuttosto la fonte più importante. In quegli anni, fra l'altro, l'Istituto Geografico Militare (IGM) aveva completato la cartografia del paese alla scala 1:25.000. Come Olinto Marinelli affermava perentoriamente, la cartografia militare era divenuta la base per la ricerca sia nella geografia generale che in quella regionale: infatti, grazie alla sua natura scientifica, il materiale cartografico poteva assumere una funzione documentaria.
Il momento culminante di questo dettato cartografico - per riprendere l'espressione di Franco Farinelli - fu la pubblicazione, nel 1922, dell'Atlante dei tipi geografici desunti dai rilievi al 25000 e al 50000 dell'Istituto geografico militare, curato da Marinelli e pensato per essere uno strumento non solo nella diffusione della cultura geografica nelle scuole, ma anche e soprattutto un ausilio alla ricerca.
L'atlante è un lavoro imponente anche nelle dimensioni: esso contiene 78 carte, della dimensione di 530x720 mm, ricavate dalle tavolette al 25.000 dell'IGM, che hanno lo scopo di rappresentare le diverse tipologie di forme geografiche, siano esse prodotto della natura o dell'uomo. Accanto ai fenomeni vulcanici, alle acque, alle tracce dell'azione erosiva, dei ghiacciai ecc., si trovano dunque i porti, le vie di comunicazioni, le bonifiche, le coltivazioni, le industrie e le sedi degli abitati.
Traendo ispirazione dalla lezione di Peschel, Marinelli cercò con questo atlante di fondare una topografia comparata che doveva, nelle sue intenzioni, limitare fortemente i compiti della ricerca sul campo. Le carte alla grande scala, infatti, dovevano servire a spiegare non solo la morfologia terrestre ma anche le caratteristiche dell'antropogeografia: d'altronde, essa aveva come scopo principale la ricerca delle tracce topografiche, quelle impronte prodotte dall'uomo sul territorio che, al pari di quelle risultanti dai fenomeni fisici, erano rintracciabili sulla carta.
Accanto alle immagini che rappresentavano una tipologia di carattere generale (ad es. isole, meandri, spiagge, valli ecc.), l'atlante conteneva tipologie particolari che descrivevano determinate regioni (ad es. Dolomiti, Appennino settentrionale ecc.). L'atlante poteva dunque rendere possibile la ricerca e la determinazione delle diverse regioni o, ancor meglio, ogni tavola dell'atlante rappresentava una precisa regione, in quanto descrizione di aspetti umani e morfologici17.
Il concetto di regione nella geografia italiana fu fissato da Olinto Marinelli nel 190918 e rimase sostanzialmente immutato fino a dopo la seconda guerra mondiale19. Secondo Marinelli la cosiddetta regione integrale era il risultato dell'interazione di diverse regioni complesse, classificate in regioni climatiche, fitogeografiche, zoogeografiche ed etnografiche. A loro volta queste si potevano suddividere in regioni elementari che erano caratterizzate da un singolo elemento tipicizzante (fisico, morfologico, biologico o antropologico).
Lo scopo della corologia era la classificazione delle diverse regioni integrali attraverso la definizione dei confini. L'obiettivo di Marinelli era quello di trasformare la corologia in una geografia regionale integrale per giungere, infine, ad una geografia generale integrale.
La geografia critica degli anni 1960, soprattutto per opera di Lucio Gambi e Aldo Pecora, mosse una severa critica a questi principi, gettando le basi per una nuova geografia umanistica che fu in grado di accompagnare e per certi aspetti addirittura anticipare il coevo dibattito internazionale. Ora appare importante un tentativo di storicizzazione di queste teorie per comprendere meglio, in una prospettiva transnazionale, quali elementi originali si siano sviluppati nella geografia italiana dall'interazione con le diverse scuole di pensiero e quale sia stato il contributo degli studiosi alla sviluppo della disciplina. E soprattutto, negli anni cruciali fra le due guerre, è importante indagare il rapporto fra la geografia italiana e la costruzione dello stato nazione che, fino ad oggi, è passato piuttosto sotto silenzio.
Se si prendono in considerazione, infatti, le più importanti ricerche dalla fine del XIX secolo, si può affermare, a mia opinione, che il tema della nazione costituisce il punto centrale.
Attraverso una semplice indagine quantitativa sui temi delle ricerche pubblicati nelle maggiori riviste nazionali, infatti, possiamo individuare come essi si collochino facilmente all'interno di tre grandi ambiti tematici. Il primo è quello dell'emigrazione italiana, soprattutto in direzione degli stati uniti: in questo caso l'emigrazione viene analizzata sotto due diversi aspetti: il primo quello dell'allontanamento dalla madrepatria, il secondo dell'accoglimento nel paese di destinazione e delle difficoltà linguistiche e culturali, dello sradicamento20. Un altro importante filone di ricerca è ovviamente quello sulle colonie che non necessita di particolari commenti. L'ultimo infine è rappresentato dall'incessante discorso, di volta in volta mutato a seconda del cambiamento nello scenario geopolitico, riguardo alle terre irredente. In questo campo di indagine è infatti interessante notare come il razzismo e lo sciovinismo non siano presenti soltanto nelle ricerche di geografia umana, quanto piuttosto anche in quelle di geografia fisica e geomorfologia21.
Ma il problema più interessante investe quello che è forse il più importante progetto di ricerca  e uno dei pochi grandi progetti di ricerca nella geografia italiana del XX secolo: La casa rurale in Italia, il cui proponete e coordinatore, fino alla sua morte, fu Renato Biasutti, figura chiave della geografia italiana nella prima metà del ‘900.
Biasutti, particolarmente sensibile rispetto ai suoi contemporanei riguardo agli aspetti etnico-antropologici, si orientò sin dall'inizio non soltanto in direzione delle riflessioni funzionali ed economiche, quanto piuttosto anche verso aspetti etnico-culturali. Lo scopo dichiarato era quello di individuare un modello nazionale per la casa rurale, dal tipo locale, si doveva dunque individuarne uno regionale e infine nazionale. La ricerca, iniziata negli anni 1920, ebbe un notevole seguito e durò sino agli anni 1970, impegnando numerose generazioni di geografi. Dopo la guerra la critica storicista di Lucio Gambi e Aldo Pecora comportò alcune ripensamenti sul progetto di Biasutti: soprattutto fu messo in discussione l'aspetto epistemologico, legato all'eccessiva caratterizzazione topografica del progetto, mentre non sortì alcuna riflessione sul rapporto fra queste ricerche e la componente ideologica nazionalista. Sembra invece opportuno concentrarsi su questo aspetto, soprattutto dopo la degenerazione razzista che caratterizzò anche questi studi in seguito all'avvento del fascismo. Non a caso, dopo La casa rurale in Toscana di Biasutti22, venne pubblicato il volume di Bruno Nice (1916-1993) sulla Venezia Giulia: anche in riferimento ai suoi scritti di geografia politica, Nice aveva sviluppato una concezione della geografia assai vicina all'ideologia fascista. In quest'opera il confronto fra l'etnia italiana e quella slava, considerata evidentemente inferiore, diviene predominante.
Così conclude Nice la sua monografia sulla casa rurale nella Venezia Giulia:
« L'architettura rurale italiana non si diffuse anche fra gli allogeni soltanto a causa dell'impiego di mano d'opera italiana, ma anche perché essa era una delle tante espressioni dell'italica civiltà. Il muratore, se mai, ne fu l'inconscio portatore. Perciò l'opera di redenzione delle case rurali nella Venezia Giulia deve avere un fine in più rispetto agli altri compartimenti del Regno: la conservazione e la restaurazione della fisionomia italiana degli insediamenti e delle abitazioni rurali nella terra che costituisce una nostra testa di ponte nell'Europa centrale e nella Balcania23. »

Di là dalle affermazioni palesemente razziste e scioviniste, è interessante rilevare, in questo breve passaggio, che il termine redenzione, normalmente riferito alle terre bonificate o alle regioni restituite alla patria (Trento e Trieste, ad esempio), viene qui utilizzato da Nice per riferirsi al ristabilimento dei caratteri originali della casa rurale.
Con queste riflessioni il geografo italiano costruiva un legame ideologico con le coeve teorie sulla Volks- und Kulturbodenforschung che tanto peso stava acquistando nella Germania nazista24.

Mots-clés

Histoire de la géographie, nationalisme, géographie régionale, Italie, fascisme
History of geography, nationalism, regional geography, Italy, fascism

Bibliographie

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Ricchieri, G., « Le presenti condizioni dell'insegnamento della geografia in Italia », in Atti del IX Congresso Geografico Italiano, vol. I, SIAG, Genova, 1925, pp. 102-116.

Toniolo, A. R., « Definizione, oggetto, metodo della geografia attuale », in Almagià, R., Introduzione allo studio della geografia, Milano, Marzorati, 1947, pp. 55-93.

Werner, M., Zimmermann, B., « Penser l'histoire croisée: entre empirie et réflexivité », in Annales. Histoire, Sciences Sociales, 1, 2003, pp. 7-36.

Auteur

Matteo Proto

Docteur en histoire de l'Europe, chargé de recherche à l'université de Bologne (Italie).
Courriel : matteo.proto2@unibo.it

Pour référencer cet article

Matteo Proto
Per una storia del pensiero geografico in Italia (1900-1950)
publié dans Projets de paysage le 04/01/2012

URL : http://www.projetsdepaysage.fr/fr/per_una_storia_del_pensiero_geografico_in_italia_1900_1950_

  1. La polemica sull'insegnamento della geografia risale all'inizio del XX secolo e prosegue senza soluzione di continuità fino ai giorni nostri, per nulla placata anzi piuttosto rinfuocata dalle diverse riforme dell'ordinamento scolastico. Sulla reazione dei geografi alla Riforma Gentile vedi ad es. G. Ricchieri, « Le presenti condizioni dell'insegnamento della geografia in Italia », in Atti del IX Congresso Geografico Italiano, Vol. I, Genova, SIAG, 1925, pp. 102-116.
  2. Nel 2005 esistevano in Italia otto corsi di laurea triennale (Bologna, Firenze, Genova, Milano, Padova, Novara, Roma, Torino) e otto corsi di laurea magistrale (Bologna, Firenze, Genova, Milano, Pisa, Roma, Torino, Udine). Oggi (2011) sono sopravvissuti due corsi triennali (Milano, Roma) e quattro magistrali (Bologna, Firenze, Milano, Roma).
  3. Gambi, L., « Uno schizzo di storia della geografia in Italia », lezione tenuta nel 1970 all'Università di Besançon, poi pubblicato in Una geografia per la storia.
  4. Carazzi, M., La Società geografica italiana e l'esplorazione coloniale in Africa, 1867-1900, Firenze, La Nuova Italia, 1972.
  5. Carazzi, M., « La geografia, isola di cultura materialistica nella normalizzazione neo-idealistica dell'inizio del ‘900 », in Corna Pellegrini, G., Roberto Almagià e la geografia italiana nella prima metà del secolo, Milano, Unicopli, 1988, pp. 67-76.
  6. Gambi, L., Geografia e imperialismo in Italia, Bologna, Patron, 1992.
  7. Caldo, C., Il territorio come dominio: la geografia italiana durante il fascismo, Napoli, Loffredo, 1982.
  8. Ad es. Cassi, L., La dimora delle nevi e le carte ritrovate. Filippo de Filippo e le spedizioni scientifiche in Asia centrale (1909 e 1913-14), Firenze, 2009. Questa pubblicazione segue una mostra sulle ricerche in Asia orientale di Filippo Filippi, dove furono esposti molti documenti originali, quali gli stessi diari di Filippi e le fotografie di Giotto Dainelli sulla spedizione. Lo scopo della mostra e la conseguente pubblicazione può dunque essere oltreché la divulgazione di documenti sconosciuti, una riflessione sulla memoria di questi esploratori.
  9. Ad es. (que siginfie Ad. es. ?) Farinelli, F., Geografia : un'introduzione ai modelli del mondo, Torino, Einaudi, 2003.
  10. Fondi Carlo Errera e Renato Toniolo, conservati presso l'Archivio dell'ex Istituto di Geografia dell'Università di Bologna.
  11. Werner, M., Zimmermann, B., « Penser l'histoire croisée: entre empirie et réflexivité », in Annales. Histoire, Sciences Sociales, 1, 2003, pp. 7-36.
  12. Gambi, L., Una geografia per la storia, Torino, Einaudi, 1973, pp. 11-15.
  13. Giuseppe della Vedova (1834-1919) si formò a Vienna con Friedrich Simony e nel 1867 ottenne la cattedra di geografia all'Università di Padova. Luzzana Caraci, I., La geografia italiana tra '800 e '900: dall'Unità a Olinto Marinelli, Genova, Università di Genova, 1982.
  14. Si veda, ad esempio, O. Marinelli, « Federico Ratzel e la sua opera geografica », in Rivista geografica italiana, XII, 1905, pp. 8-18, 102-126.
  15. Toniolo, A. R., « Definizione, oggetto, metodo della geografia attuale », in Almagià, R., Introduzione allo studio della geografia, Milano, Marzorati, 1947, pp. 55-93.
  16. Consiglio Nazionale delle Ricerche e dell'Istituto Nazionale di Economia Agraria, Lo spopolamento montano in Italia: indagine geografico-economico-agraria, Roma, Milano, F.lli Treves, 1938.
  17. Marinelli, O. (cura di), Atlante dei tipi geografici desunti dai rilievi al 25000 e al 50000 dell'Istituto Geografico Militare, Firenze, IGM, 1922, Tavola I.
  18. « La geografia italiana al III congresso per il progresso delle scienze », in Rivista geografica italiana, XVI, 1909, pp. 505-527. Marinelli, O., « La geografia in Italia », in Rivista geografica italiana, XXIII, 1916, pp. 113-131.
  19. Gambi, L., « Che genere di regione è la Romagna », in Studi Romagnoli, XX, 1969, pp. 81-83.
  20. Ad es. Cfr. C. Cattapani, « La povertà negli Stati Uniti del Nord America come monito all'emigrante italiano », in Atti del VII Congresso Geografico Italiano, Palermo, Stabilimento tipografico Virzi, 1911, pp. 401-407.
  21. De Stefani, C., « I due versanti dell'Adriatico », Martelli, A., « Lagosta e i suoi scogli », in Atti dell'VIII Congresso Geografico Italiano, Firenze, Alinari, 1923, pp. 76-110.
  22. Biasutti, R., La casa rurale nella Toscana, Bologna, Zanichelli, 1938.
  23. Nice, B., La casa rurale nella Venezia Giulia, Bologna, Zanichelli, 1940, p. 137.
  24. Cfr. Dietzel, K. H., Schmieder, O. (Hg.), Lebensraumfrage europäische Völker, Leipzig, Quelle & Meyer, 1939.